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Riflessione sulla cattiveria umana

Aggiornato il: mar 23

La letteratura ha insegnato che dobbiamo sempre aspettarci un pugno di cattiveria nel corso della nostra vita. Lady Macbeth, Uriah Heep e Polifemo sono solo tre tra le figure che hanno reso grande la letteratura e che hanno contribuito al vero significato di “cattiveria”, quella forza intrinseca che deriva dal senso di profonda ingiustizia tra noi e il mondo, tra ciò che riceviamo e ciò che ricevono gli altri, tra le sfortune che capitano a noi e le gioie che appartengono agli altri.

La vita reale, però, non si distacca molto dalle storie narrate dai Maestri della letteratura: oggi la crudeltà ha preso il sopravvento e la possiamo osservare nel volto di quelle persone che non riescono a trovare la causa del proprio senso di ingiustizia e sottopongono il proprio sfogo agli altri, spesso senza neanche dare le motivazioni che hanno prodotto quello stato d’animo.

Non dobbiamo stupirci di vedere la cattiveria anche nelle figure più improbabili: se pensiamo al Nobel portoghese José Saramago, la figura cattiva nella sua opera “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” era proprio la figura di Dio, una figura imprecisa e mutevole che minaccia e promette eternità.

Generalmente, una persona cattiva è quella che danneggia il prossimo e gode della sua sconfitta e viene mossa da un “bene superiore” come l’euforia di sentirsi potente o la gratitudine per aver fatto soffrire.

Far del male a qualcuno, fisicamente o psicologicamente, anche solo ignorando quella persona o farla sentire insignificante di punto in bianco non è altro che un modo per esorcizzare la propria debolezza.

La miglior via di uscita la spiega un’altra volta la letteratura: Dante scriveva “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. Dobbiamo vedere i cattivi come i vili, persone che nella loro vita non hanno mai agito né nel bene né nel male, «Coloro che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo».


Gianluca Stival


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